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Intervista a Lorenzo Foltran, autore della raccolta poetica “In tasca la paura di volare”

Buongiorno lettori. Ho avuto il piacere di intervistare Lorenzo Foltran, autore della raccolta di poesie “In tasca la paura di volare”.

∼ Buongiorno Lorenzo, benvenuto sul blog Il Lettore Curioso. Presentati ai lettori che ancora non ti conoscono.

Buongiorno. Il mio percorso formativo comincia nel 2011, quando ho conseguito la laurea magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre con la tesi La Musa e il Poeta: la relazione io-tu nella lirica amorosa tra origini e contemporaneità. Successivamente, mi sono diplomato in management dei beni e delle attività culturali dopo aver seguito un master di secondo livello tra l’Università Ca’ Foscari di Venezia e l’École Supérieure de Commerce de Paris. Ho lavorato per importanti istituzioni culturali come la Casa delle Letterature (Festival delle Letterature) e l’Institut français (Festival della narrativa francese) a Roma, e la Fête de la Gastronomie e il Pavillon de l’Eau a Parigi, dove attualmente risiedo. Mie poesie sono comparse sulle riviste letterarie Poetarum SilvaLa presenza di EratoMargutteYawpLocomotivEllin SelaeLahar Magazine e sul quotidiano La Repubblica. Nel 2019, ho vinto il Concorso Nazionale Sinestetica per poesia inedita e ho partecipato alla manifestazione Polisemie – Festival di poesia iper-contemporanea.

 
∼ Com’è vista la poesia al giorno d’oggi? Hai difficoltà a proporre le tue opere ai lettori?

Come diceva Vittorio Sereni, «la situazione di un poeta giovane o nuovo non è meno drammatica di quanto lo è, rispetto alle possibilità di lavoro, quella di un neolaureato». La poesia è diventata marginale culturalmente ed editorialmente. La poesia non si vende o si vende pochissimo, non ha un mercato proprio perché nessuno può guadagnarci, non è un affare né per gli editori, né per i distributori, né per i librai ed evidentemente non lo è neppure per i poeti.

Il problema è che quasi nessuno entra in libreria di propria iniziativa per comprare un libro di poesie. Crescente, invece, è l’attenzione del pubblico nei confronti delle letture pubbliche e dei festival di poesia, anche se questi ultimi sono affollati non da lettori, ma piuttosto da ascoltatori di poesia. La poesia contemporanea è, dunque, un’arte senza pubblico.

Tuttavia, grazie ai social media, oggi è più facile arrivare ai lettori. Il problema, però, è riuscire a trasformare il “mi piace” in acquisto del libro ed evitare di diventare unicamente un “brand”, una faccia da mostrare in video su Youtube o nelle storie di Instagram.

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∼ Che cos’è per te la poesia e come è nata questa tua passione?


“Che cos’è la poesia?”. È una domanda che ha affascinato molti e che, dopo secoli di studi e ipotesi, rimane e rimarrà senza risposta. Definire la poesia è stata l’impresa fallimentare del pensiero estetico. La poesia è poesia e basta. È un dato empirico che non può essere argomentato. Non ci sono prove razionali o metodi per definirne l’essenza.

La poesia non è tanto una passione, è piuttosto un bisogno, qualcosa che nasce spontaneamente. Come diceva Dario Bellezza, andare a fare la spesa, mangiare, scrivere una poesia sono la stessa cosa, se uno è un vero poeta, poi se uno deve fare uno sforzo per esserlo è inutile che lo fa.
 

∼ Parlaci brevemente della tua raccolta In tasca la paura di volare.

In tasca la paura di volare è una raccolta di 67 poesie divise in tre sezioni: Donne sparseI lampioni e nessun altro e In tasca la paura di volare. Nella prima sezione, composta essenzialmente da liriche amorose, il senhal (pseudonimo che i poeti provenzali utilizzavano per nascondere il nome delle loro muse), elemento classico della poesia d’amore fin dalle origini, perde il suo ruolo di richiamo all’unicità della donna e cambia, si maschera sotto altre forme. Ne derivano le immagini del teatro e dell’affabulazione. La figura della donna è quella dell’attrice che assume ruoli e caratteristiche diversi in base al personaggio da interpretare. La prima sezione è, quindi, finzione, manierismo e per tale motivo propone testi che utilizzano le forme più stereotipate del linguaggio della lirica d’amore. La sezione si conclude con la presa di coscienza della distanza incolmabile tra la io lirico e tu, tra chi guarda e chi è guardato. I testi poetici diventano reperti consacrati a un’istanza museale. La lirica d’amore, intesa come dialogo io-tu, binomio poeta-musa, è considerata come Storia che deve essere musealizzata.

Nella seconda sezione, al fallimento del rapporto io-tu ne consegue quello della poesia tout-court. Il poeta è costretto a uscire dal museo, dal teatro, dalla biblioteca in cui si rifugiava, a confrontarsi con la ripetitività e l’apparente facilità di vicende terrene che sconfinano spesso nella dimensione usuale e mondana e a tornare a casa prendendo atto che tutto ciò che ha scritto/vissuto è stato pura illusione.

Alla staticità della prima sezione si oppone il dinamismo della terza, segnata dal viaggio, dalla migrazione, dalla mescolanza linguistica, dal lavoro. L’io poetico in fuga dalla finzione di Donne sparse e dalla realtà evocata in I lampioni e nessun altro, si trova disorbitato tra lo slancio spaziale verso il futuro e la gravità temporale che lo riporta verso il passato. La raccolta si conclude con le stazioni di un pellegrinaggio e dalle riflessioni che le accompagnano.

 
∼ C’è qualche autore a cui ti ispiri e che non manca mai nella tua libreria?

Tra quelli più antichi sicuramente i poeti provenzali e Francesco Petrarca. Tra i contemporanei Giovanni Raboni, Patrizia Cavalli e Valerio Magrelli.

 
∼ Hai un background di studi e lavorativo importante. Come ha influito ciò nei tuoi scritti? Secondo te per scrivere bene è necessario avere una base di studi solida?

Sicuramente i miei studi iniziali in lettere hanno influenzato molto i temi della raccolta. La prima sezione del libro, per esempio, sviluppa in poesia tutti gli spunti critici alla base della mia tesi magistrale. Per quanto riguarda le esperienze di studio successive alla laurea, sono state piuttosto formative sul piano delle opportunità di viaggio che mi hanno offerto. Avendo vissuto per un periodo a Venezia, per esempio, molti dei miei testi mostrano chiare influenze lagunari.

Per quanto riguarda la seconda domanda, non è assolutamente necessario avere una base di studi solida per raggiungere un buon livello di scrittura. Conosco professori universitari coltissimi che non sanno scrivere. Tuttavia, lo studio può aiutare a migliorarsi sia sul profilo dei contenuti che su quello dei significati. Conoscere, apprendere, studiare sono tutte cose che, inoltre, possono ampliare all’infinito le potenzialità ispirative di uno scrittore. In definitiva, per scrivere bene non è necessaria una laurea (ovviamente si deve scrivere e leggere tanto), ma per scrivere bene e riuscire a veicolare messaggi profondi e dall’alto profilo contenutistico lo studio si rivela estremamente necessario.

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∼ Quale consiglio daresti ai giovani scrittori che vogliono avvicinarsi alla poesia?


Per scrivere delle buone poesie, per migliorarsi continuamente non basta solo scrivere; bisogna leggere tanta, tanta, tantissima poesia. Effettivamente il problema dei tanti che scrivono poesia è che non la leggono: in Italia ci sono più scrittori che lettori di poesia. Si pubblicano migliaia di raccolte poetiche ogni anno ma le copie vendute, anche nel caso di poeti affermati, raramente superano il migliaio. 
È come se qualcuno si dilettasse in cucina, ma senza interessarsi minimamente ai libri di ricette.

Per chi, invece, vuole avvicinarsi alla poesia come lettore, oggi esistono almeno tre validi motivi cominciare a leggerla:

·   La brevità della poesia comporta un tempo di lettura ideale per il lettore contemporaneo che ha sempre meno tempo da dedicare ai libri.

·    Tale brevità è perfetta per la condivisione sui social.

·    A chi pensa che la poesia sia un genere di difficile comprensione rispondo: una poesia può comunicare prima ancora di essere capita.

 
∼ C’è una poesia alla quale ti senti più legato?


Sono particolarmente legato a questa poesia:

Immensa consapevolezza

del tempo che passa,

di quello che resta.

Un biglietto di andata in tasca

vuota, invece, l’altra.

Non si tratta della poesia che ha dato il titolo alla raccolta ma è quella che ne ha ispirato la copertina e che descrive meglio l’atmosfera del libro.

∼ Hai qualche progetto in vista per il futuro?

Ho da poco completato la mia seconda raccolta. Ma la poesia è qualcosa che non finisce mai, c’è sempre qualche finitura da fare, la poesia è un labor limae continuo. Bisognerà aspettare ancora un po’ per poter sfogliare il mio prossimo libro.
Nel frattempo, mi sto concentrando sulle pubblicazioni in rivista e sulla traduzione in francese delle mie poesie. Alcune poesie sono state da poco pubblicate sulla rivista letteraria “Paysages écrits”.

Grazie a Lorenzo per avermi dedicato un po’ del suo tempo. Potete acquistare il suo libro “In tasca la paura di volare” qui.


SINOSSI:

31SfxTmSRvL._SX328_BO1,204,203,200_.jpgIn tasca la paura di volare è una raccolta di 67 poesie divise in tre sezioni: Donne sparseI lampioni e nessun altro e In tasca la paura di volare. Nella prima sezione, composta essenzialmente da liriche amorose, il senhal, elemento classico della poesia d’amore fin dai provenzali, perde il suo ruolo di richiamo all’unicità della donna e cambia, si maschera sotto altre forme. Ne derivano le immagini del teatro e dell’affabulazione (le prime poesie, Margherita e “Filo d’erba” rimandano al prato del Decameron dove i giovani fiorentini scampati alla malattia “cominciarono di novellare sopra la materia”). La figura della donna è quella dell’attrice (Dietro le quinte) che assume ruoli e caratteristiche diversi in base al personaggio da interpretare (si veda l’ammiccante ambiguità dell’indeterminato nel titolo You and me). La prima sezione è, quindi, finzione, manierismo e per tale motivo propone testi anche banali come “Quando la guardo, tutto” che utilizzano le forme più stereotipate del linguaggio della lirica d’amore. La sezione si conclude con la presa di coscienza della distanza incolmabile tra la io lirico e tu, tra chi guarda e chi è guardato. I testi poetici diventano reperti consacrati a un’istanza museale. La lirica d’amore, intesa come dialogo io-tu, binomio poeta-musa, è considerata come Storia che deve essere musealizzata.
 
Nella seconda sezione, al fallimento del rapporto io-tu (Peccato che non ci siamo incontrati oggi…Eravamo così vicini…) ne consegue quello della poesia tout-court (“Non c’è più posto per la poesia”). Il poeta è costretto a uscire dal museo, dal teatro, dalla biblioteca (“Senza l’amore di lontano”) in cui si rifugiava, a confrontarsi con la ripetitività e l’apparente facilità di vicende terrene che sconfinano spesso nella dimensione usuale e mondana (rappresentate, per esempio, dalle rime in -are e dal lessico quotidiano in Sabato sera) e a tornare a casa (I lampioni e nessun altro) prendendo atto che tutto ciò che ha scritto/vissuto è stato pura illusione.
 
Alla staticità della prima sezione si oppone il dinamismo della terza, segnata dal viaggio, dalla migrazione, dalla mescolanza linguistica, dal lavoro. L’io poetico in fuga dalla finzione di Donne sparse e dalla realtà evocata in I lampioni e nessun altro, si trova disorbitato tra lo slancio spaziale verso il futuro (“Immensa consapevolezza”) e la gravità temporale che lo riporta verso il passato (“Bevendo un infuso dei tuoi profumi”). La raccolta si conclude con le stazioni di un pellegrinaggio (Boulogne – VarenneBrestLe Barcarès – Saint Laurent de la SalanqueSaint-Cloud) e dalle riflessioni che le accompagnano.

 

musica

Settimana dedicata alla salute mentale: esprimersi attraverso la musica

Buongiorno a tutti cari lettori! Dopo una pausa di qualche giorno sono tornata con la settimana dedicata alla salute mentale, che oggi mi vede parlare della musica come mezzo per esprimersi. Non potevo che chiedere aiuto alla mia migliore amica Gloria, l’autrice con cui ho scritto Somnium, vicina da diversi anni alla musica di artisti Nativi Americani.

Ringrazio di cuore Gloria che, attraverso le parole di una poesia di Tanaya Winder e una canzone di Frank Waln, ha espresso alla perfezione il concetto dell’uso della musica per esprimere la propria condizione mentale e umana.

“Always start with you

Alive and well, and not me

I’d gladly give up every poem I have spoken

Have my mouth call back each and every one of them

From your ears

Back into my pen’s failed attempts at trying to put back

The splintered pieces of our hearts

Our hearts

Our hearts

Staring at a blank page

Wishing we could begin again”

[“Inizia sempre con te |Vivo e in salute, e non io | Lascio perdere volentieri tutte le poesie che ho recitato |La mia bocca le chiama indietro parola dopo parola | Dalle tue orecchie | Indietro nella penna che fallisce mentre cerca invano di rimettere a posto |I pezzi scheggiati dei nostri cuori |Dei nostri cuori |Dei nostri cuori |Fissando una pagina bianca| Desiderando di poter ricominciare”]

Inizia così, con le parole di Tanaya Winder, la canzone chiamata 7 di Frank Waln.

Si tratta di parte di una poesia recitata proprio da Tanaya (che trovate nel video qui sotto e che vi consiglio assolutamente di ascoltare), nella quale immagina di poter riavvolgere il tempo e di poter veder passare in uno schermo tutto quello che la circonda, ma all’inverso (rewind).

La poesia è stata registrata interamente in un’altra canzone, Back To the Beginning, e tra le tante storie, narra quella della morte di Angel, che ha deciso di porre fine alla sua vita. Una delle tante, troppe vicende che fanno parte della quotidianità del popolo dei Nativi Americani in tutto il continente statunitense.

Arrivare a pensare che non esiste più alcuna soluzione, nessuna alternativa. Nessun modo per poter chiudere le ferite sanguinanti se non quello di smettere di lottare per sempre.

Frank Waln però, non ha intenzione di arrendersi, e attraverso le sue parole cerca un modo per risollevarsi dallo stato di depressione in cui si trova insieme al suo popolo, come parte della canzone “7” dice:

“Spitting rhymes in a time of blood quantum and suicide

We survived staying strong all those times we should’ve died

I confess, I’m depressed

Sometimes I can’t take the stress

Living is a test, distressed up in the wild west”

 [“Sputando rime in un tempo di politica del sangue e suicidi |Siamo sopravvissuti restando forti tutte quelle volte che avremmo dovuto morire | Lo confesso, sono depresso | Alcune volte non riesco a sopportare lo stress | Vivere è come una prova angosciante nel selvaggio west”] 

Frank in un’intervista ammette che la vita nella Riserva per un ragazzino è piena di insidie e di tentazioni e che, grazie all’amore e all’aiuto di sua madre, è riuscito a mantenersi sulla buona strada, a non cadere nei problemi di alcolismo e droga come la maggior parte dei ragazzi. È uno scenario triste, che al tempo stesso riempie di rabbia. Chi può aiutare queste persone a ritrovare la propria strada, o ancora meglio a ritrovare la speranza? Come si è arrivati a dimenticarsi di chi camminava su quella Terra prima di qualsiasi altro uomo o conquistatore?

“This is sound of a Nation rising

A generation with a vision

We’re tired of our people dying

7th generation we have risen, we have risen yeah


This is sound of a Nation rising

A generation with a vision

We hear our Mother Earth crying

7th generation we have risen, we have risen yeah”

[“Questo è il suono di una Nazione che sta sorgendo |una generazione con una visione |Siamo stanchi della morte della nostra gente |Settima generazione, e siamo risorti, siamo risorti yeah]

 [Questo è il suono di una Nazione che sta sorgendo | una generazione con una visione | Sentiamo piangere la nostra Madre Terra | Settima generazione, siamo risorti, siamo risorti yeah”]

“La Settima Generazione”: da qui il nome della canzone, un nome che parte da una profezia ma che Frank utilizza come strumento per far sentire la propria voce, e insieme alla sua quella di molti altri, uniti insieme contro al sistema, come una vera e propria Nazione.

È importante riflettere su quanto in questo caso sia fondamentale il potere della musica. Quando diventa la forma d’arte con cui non solo esprimersi, ma anche sopravvivere, consolarsi e trovare la forza per affrontare il dolore. Per arrivare dritti al cuore delle prossime generazioni, per donare speranza.

La parte a mio parere più intensa della canzone è al suo termine, quando le ultime parole vengono dette quasi in urlo disperato, e non appena pronunciata l’ultima, Frank scoppia in un pianto doloroso e vero, mentre le parole di un uomo Lakota riempono il resto. 

“This system try to hold us down, it hold us down

You forced our cultures underground, underground

But you ain’t stopping no one now, no one now

We’re stronger and we know it now, we know it now”

 [“Il sistema cerca di trattenerci, ci tiene buoni | Avete forzato la nostra cultura sottoterra, sottoterra | Ma non fermerete più nessuno ora, nessuno ora | Siamo più forti e lo sappiamo ora, lo sappiamo ora”]


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