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Operation Christmas Drop: recensione flash del nuovo film natalizio di Netflix

Con l’avvicinarsi del Natale non possono mancare i consueti film tradizionali, che Netflix ha già iniziato a rilasciare uno dopo l’altro. È il caso del romance natalizio Operation Christmas Drop, con Kate Graham (al suo secondo film di questo genere) e Alexander Ludwig.

Di che cosa parla Operation Christmas Drop 

Erica lavora al congresso come assistente a Washington, DC ed è in procinto di ottenere un’importante promozione, che le permetterà di fare carriera. Disposta a tutto per ottenere il posto, Erica rinuncia a trascorrere il Natale con il padre e la matrigna e vola nella base militare statunitense di Guam, nella Micronesia.
Il suo compito è quello di investigare l’operato e le spese della base militare, per trovare una ragione che porti alla sua chiusura.

L’opportunità è data da un operazione che i militari, guidati dal capitano dell’Air Force Andrew organizzano ogni anno per le festività natalizie: fornire le isole vicine con beni di prima necessità, che lasciano cadere all’aereo in paracadute durante dei voli di esercitazione.
Per Erica l’operazione è l’occasione perfetta per mostrare le sue capacità all’inflessibile capa, ma l’affascinante e generoso Andrew manderà a monte i suoi piani…

Che cosa ne penso di Operation Christmas Drop

La nuova commedia natalizia è ispirata da un’operazione militare omonima realmente esistente. Dal 1952 il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti, in collaborazione con l’aeronautica australiana e giapponese, fornisce beni di prima necessità a decine di isole sparse nella Micronesia, abitate da oltre ventimila persone.

Un’iniziativa dunque che è lo sfondo ideale per una commedia romantica natalizia, per un film che è stato girato interamente proprio nella base militare di Guam. Le ambientazioni mozzafiato e le riprese aeree sono state realizzate in loco, con il supporto dei militari e della comunità locale.
L’idea parte quindi da una buona base, ma si perde in una sceneggiatura povera e personaggi di poco spessore.

Andrew è un militare che all’apparenza può sembrare egocentrico, ma che si rivela essere un buon samaritano dal cuore d’oro. Rinuncia al Natale con la propria famiglia per regalare il suo tempo ai meno fortunati.
Erica è una donna in carriera, disposta a perseguire i propri obiettivi con fatica, anche se ciò significare volare 36 ore per raggiungere un’isoletta del pacifico a Natale.
Anche lei, come Andrew, in fondo ha un cuore d’oro e non ci vuole troppo tempo prima che si lasci conquistare “dall’operazione regali”.

Operation Christmas Drop è una commedia romantica buonista, in pieno stile natalizio. Non mancano alberi, decorazioni festose e regali, due bei protagonisti e un panorama da togliere il fiato.
Come nella maggiorparte dei film di questo tipo, Operation Christmas Drop non ci offre momenti particolarmente originali. Il finale è chiaro fin dai primi minuti del film.
Una buona ragione per rinunciare alla visione? Questo sta a voi deciderlo!

Curiosità

Daniel Sloss: il comico che ha fatto finire migliaia di storie d’amore con il suo show su Netflix

Qualche giorno fa stavo guardando alcuni video YouTube, quando mi sono imbattuta in un’intervista al comico scozzese Daniel Sloss, durante un Late Show. Incuriosita dalle sue parole, ho guardato due dei suoi show di stand up comedy su Netflix: DARK e Jigsaw.

Daniel Sloss si esibisce in Europa e negli Stati Uniti con spettacoli dal vivo, durante i quale, per la durata di un’ora circa, affronta varie tematiche. Daniel Sloss non definisce il suo humor dark, anche se è esattamente come viene percepito dal pubblico. Il giovane ventinovenne parla infatti di alcune sue esperienze, come la morte della sorella o il rapporto con i suoi genitori.

Nel suo show non risparmia nessuno: obesi, vegani, persone religiose, pedofili…

La sua personalità e la leggerezza con cui parla di certe tematiche può infastidire alcuni spettatori, ma il più delle volte si limita a dire ad alta voce i pensieri che almeno una volta hanno attraversato la mente di ogni essere umano.

In Jigsaw parla di relazioni, portando sul palco il suo personale fallimento.

“Siete mai stati in una relazione dove vi siete sentiti in trappola, come se non poteste andarvene ed era semplicemente più facile restare?”dice, introducendo l’argomento.
“[…] Vi siete mai sorpresi a pensare quanto sarebbe più semplice la vita se l’altra persona semplicemente morisse?” dice poi. “E non perché vorreste davvero la sua morte, ma perché sarebbe la via di fuga più semplice per uscire dalla relazione. E nessuno dei due si farebbe del male… emotivamente.”

Le domande che Sloss pone al pubblico in breve tempo hanno fatto naufragare migliaia di relazioni (oltre 17mila a Gennaio 2019), che lui stesso documenta sui social.

Paragonando la vita a un puzzle, Sloss espone la sua teoria “Jigsaw”, dicendo che gli individui sono spinti dalla società a trovare qualcuno, perché “se non sei con qualcuno, sei spezzato. Se non sei con qualcuno sei incompleto. Se non sei con qualcuno non sei abbastanza.

Ciò porta le persone a pensare di essere sbagliate se non trovano l’anima gemella, anche se non sono pronte, anche se non hanno trovato il pezzo del puzzle che si incastri alla perfezione.

Forziamo questa persona nelle nostre vite, perché preferiamo avere qualcosa invece di non avere nulla. Poi, cinque anni dopo, siamo obbligati a guardare a quel puzzle che non riconosciamo nemmeno più.

Sloss conclude suggerendo al pubblico di trovare qualcosa che ci faccia stare bene e di rendere quel qualcosa il centro del nostro puzzle e tutto il resto si incastrerà alla perfezione.

Daniel Sloss ha una comicità unica, forse perché riesce a portare la sua quotidianità sul palco così com’è. Come ribadisce lui stesso, i suoi racconti non sono infarciti da dettagli inventati o da conclusioni create ad hoc. Daniel racconta la sua realtà e l’onestà nel comunicarla si percepisce.

Forse è anche questa chiave del suo successo..

Se siete persone permalose o temete per la vostra relazione, magari è meglio se evitate Daniel Sloss. Oppure no, e magari scoprirete che è la scelta migliore che potevate fare per voi stessi.

Voto: 5/5

#repost

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Raccontami di un giorno perfetto: recensione del nuovo film Netflix.

Buongiorno lettori! Oggi partecipo al blogtour di Raccontami di un giorno perfetto, con la recensione del film uscito oggi su Netflix.

Premessa

Lutto, depressione, disturbi alimentari sono solo alcuni dei problemi che possono affliggere gli adolescenti e che molto spesso non vengono notati da chi li circonda.

Ogni anno in Italia muoiono circa 4000 persone per suicidio e il 5,4% della popolazione soffre di depressione, con percentuali in crescita per disturbi come l’ansia, soprattutto tra i più giovani. [ISTAT]

Prevenzione e aiuto possono ridurre questi numeri drammatici. La produzione del film ha fornito un sito web, dove potete trovare alcuni numeri utili. Se conoscete qualcuno che sta affrontando un periodo difficile o se siete voi ad aver bisogno di aiuto, non esitate a contattare i seguenti numeri:

Dall’Italia:

Samaritan Onlus Tel: 800 860022 (da linea fissa) / 06 77208977 (da mobile) -dalle 13:00 alle 22:00

Telefono Azzurro Tel. 1.96.96 – H24/7

Potete trovare il resto dei paesi e dei contatti qui.

Disclaimer: In questa recensione parlerò delle tematiche sopracitate.

Recensione

Violet Mackey, un’adolescente dell’Indiana, si trova sull’estremità di un ponte quando viene notata dal suo compagno di classe Theodore Finch. Da quando sua sorella è morta, Violet ha smesso di vivere. Va a scuola ogni giorno, ma la sua vita si è fermata al giorno dell’incidente.

Violet non sorride più, ma le cose iniziano a cambiare quando Finch entra con prepotenza nella sua vita. La ragazza è affascinata da quel ragazzo, che non si preoccupa affatto di essere considerato un “freak”, uno scherzo della natura, dal resto della scuola.

Insieme intraprendono un viaggio, visitando luoghi all’apparenza insignificanti ma che spesso si rivelano essere proprio quelli più significativi…

Attenzione Spoiler

Il film inizia con l’idea che la storia si focalizzi su Violet, ma ben presto ci si rende conto che Violet è solo uno dei personaggi che compiono un percorso all’interno della storia. Se Violet riesce ad uscire dal proprio dolore con l’aiuto di Finch e della propria famiglia, Finch compie il percorso inverso.

Il film mostra le diverse facce della depressione e dei disturbi mentali. Se da una parte abbiamo Violet, con una fitta rete di supporto, dall’altra abbiamo Finch, che non riesce a chiedere aiuto.

Violet in questo caso rappresenta la persona ignara, che non riesce a capire che cosa stia accadendo a Finch. Ho trovato questa situazione molto credibile, perché i disturbi mentali sono difficili da individuare, anche quando affliggono qualcuno vicino a noi. Chi è depresso spesso fa fatica ad aprirsi agli altri, a comunicare il proprio dolore, e penso che il film abbia saputo trasmettere molto bene questo concetto.

Il gesto di Finch arriva all’improvviso e colpisce lo spettatore proprio perché si trova negli stessi panni di Violet. È in parte ignaro di ciò che sta accadendo al ragazzo. La stessa cosa accade con la migliore amica di Violet, depressa e affetta da bulimia. Il film riesce a mostrare come, a volte, anche le persone più inaspettate possano avere bisogno di aiuto.

Raccontami di un giorno perfetto mi ha stupita molto. Devo ancora entrare nel vivo del libro (di cui uscirà la recensione prossimamente) perciò non sapevo che cosa aspettarmi. Dal trailer mi ero fatta l’idea di un teen movie e in effetti lo è, ma non nel modo che immaginavo. È un film che parla di adolescenti, ma senza ricorrere a stereotipi. È crudo, realistico ed incredibilmente emozionante.

Ho trovato entrambi gli attori protagonisti adatti al ruolo, soprattutto Justin Smith, nei panni di Finch.

Voto: 4,5/5

Non dimenticatevi di seguire il resto delle tappe del blogtour!

Il film è tratto dal libro omonimo, che potete acquistare qui. Ringrazio la casa editrice DeA per avermi inviato una copia digitale del libro e il blog Milioni di particelle per avermi invitata a partecipare al blogtour.

Curiosità

I 3 migliori spettacoli di stand up comedy su Netflix

Nell’ultimo periodo mi sono avvicinata al mondo della stand up comedy e ho iniziato a guardare diversi degli speciali disponibili su Netflix.

Ho individuato alcuni tra i miei preferiti, che oggi voglio condividere con voi.

Humanity – Ricky Gervais

La mia avventura nel mondo della stand up comedy è iniziata con il comico inglese Ricky Gervais, già visto in film e serie TV, come la più recente Afterlife (Ve ne ho parlato qui).

In questo speciale del 2018, Gervais tocca ancora una volta argomenti scomodi, come la religione e la morte. Il comico non ha paura di osare, ma invita anche lo spettatore a riflettere su diversi argomenti quotidiani, come l’uso dei social network e la dipendenza che creano.

Voto: 4,5/5


Dark e Jigsaw – Daniel Sloss

Daniel Sloss è conosciuto per essere colui che ha fatto finire migliaia di relazioni, esibendosi in Europa e negli Stati Uniti con spettacoli dal vivo, durante i quale, per la durata di un’ora circa, affronta varie tematiche. Daniel Sloss non definisce il suo humor dark, anche se è esattamente come viene percepito dal pubblico. Il giovane ventinovenne parla infatti di alcune sue esperienze, come la morte della sorella, o il rapporto con i suoi genitori.

Nel suo show non risparmia nessuno: obesi, vegani, persone religiose, pedofili…

La sua personalità e la leggerezza con cui parla di certe tematiche può infastidire alcuni spettatori, ma il più delle volte si limita a dire ad alta voce i pensieri che almeno una volta hanno attraversato la mente di ogni essere umano.

Trovate la recensione completa del suo show qui.

Voto: 5/5


At Large – Jack Whitehall

In questo speciale del 2017, Jack Whitehall, attore e comico britannico, si destreggia in diversi sketch nei quali affronta una serie di argomenti che lo riguardano, dalla sua (fallita) carriera di attore negli Stati Uniti, all’incontro con il principe Harry, fino alla sua persistente rivalità con Robert Pattinson.

Voto: 4,5/5


Altri spettacoli rilevanti:

Iliza Shlesinger: Elder Millennial

Voto: 3,5/5

Katherine Ryan: Glitter Room

Voto: 3/5

Chris D’Elia: Man on fire

Voto: 3,75/5

film

Between Two Ferns: recensione flash del nuovo film comedy Netflix

Buonasera cari lettori. Oggi voglio parlarvi di un film che è uscito il 20 settembre su Netflix; Between Two Ferns: the movie.

Between Two Ferns è nata come web serie con protagonista Zach Galifianakis, nella quale in ogni puntata l’attore intervista alcuni personaggi famosi, ponendo loro domande scomode.

Lo show è pensato come se fosse una produzione low-budget, con un set povero e una qualità di ripresa bassa. Il film ricalca il format della web serie, focalizzandosi sul “dietro le quinte” del programma, in un documentario di finzione.

~ La trama

Dopo un incidente sul set, che ha coinvolto Mattew McConaughey e distrutto lo studio dello show, Zach e il suo staff si ritrovano in viaggio negli Stati Uniti, con lo scopo di realizzare dieci puntate della serie per conto dall’eccentrico capo Will Ferrell.

Tra un’intervista e l’altra a personaggi noti, come Peter Dinklage o Benedict Cumberbatch, i colleghi di Between two ferns devono affrontare una serie di situazioni roccambolesche. In cambio Zach potrà avere il proprio talk show televisivo.

~ La mia opinione

Between Two Ferns è quel tipo di prodotto a cui approcciarsi se si apprezza la comicità bizzarra e a tratti anche brutale.

Zach Galifianakis non risparmia domande scomode ai suoi ospiti, prendendo di mira le loro doti recitative o la vita privata. Se da una parte alcune di queste interviste strappano una risata (o possiamo meglio dire risatina), il resto del film ha una trama molto semplice e dimenticabile.

Le celebrità comparse nel film sono numerose (ben 19) ma ciò non basta a rendere Between Two Ferns un film sufficientemente divertente.

La parte migliore arriva alla fine, dopo i titoli di coda, con alcuni “bloopers” dei personaggi famosi coinvolti, l’unico momento davvero divertente.

Invece di un film avrei preferito una miniserie a puntate focalizzata sulle interviste. Sarebbe stata molto più efficace.

Voto: 2,5/5

film

Tall Girl: recensione della nuova commedia romantica di Netflix

Titolo: Tall Girl

Durata: 1h 41

Data di uscita: 13 settembre

Fin dall’infanzia Jodi ha dovuto convivere con il disagio provocato dalla propria altezza. A diciassette anni è la più alta della scuola e porta il 47 e mezzo di scarpe.

Le prese in giro sono all’ordine del giorno e Jodi ha imparato a diventare invisibile. Un giorno però a scuola arriva Stig, uno studente svedese, più altro di lei, che frequenterà un anno scolastico negli Stati Uniti.

Per la prima volta nella sua vita Jodi vorrebbe essere notata da qualcuno…

~ La mia opinione

A tutti è capitato almeno una volta di sentirsi a disagio nella propria pelle. In Tall Girl questo disagio è narrato da Jodi, la cui altezza è diventata per lei un ostacolo nella quotidianità.

Ovunque vada sa che tutti gli occhi saranno puntati su di lei, e così, crescendo, ha imparato a non fare nulla che possa attirare l’attenzione su se stessa. Anche se significa rinunciare a qualcosa in cui è molto brava, come il pianoforte.

Al contrario è circondata da persone che non hanno paura di stare al centro dell’attenzione, come sua sorella Harper, reginetta di bellezza o i suoi migliori amici. Questo senso di alienazione è un buon punto di partenza per raccontare un disagio che si può manifestare in forme diverse. Perché Jodi è troppo presa dal suo problema per accorgersi che non è l’unica a sentirsi insicura. Lo è anche Stig, che nella sua scuola in Svezia è un ragazzo impopolare o sua sorella Harper. Tutti devono convivere con i propri problemi, anche se agli occhi degli altri sono invisibili.

Se i presupposti per realizzare un buon rom-com ci sono tutti, Tall Girl si perde nei soliti stereotipi scolastici, come la presenza della mean girl già vista in decine di altri film o la migliore amica nera che non da nessun valore alla storia ma è una mera spalla alle disavventure della protagonista.

Attenzione spoiler

Il makeover fisico della protagonista è un espediente utilizzato in tantissimi film, ma in Tall Girl Jodi non si trasforma in una ragazza diversa per piacere agli altri, ma osa per diventare la ragazza che non ha mai avuto il coraggio di essere. È un scelta che ho apprezzato molto, soprattutto quando si presenta al ballo in un tailleur sgargiante e tacchi da Drag Queen. Il discorso motivazionale davanti a tutta la scuola invece poteva essere evitato. È qualcosa di già visto milioni di volte e pecca in originalità.

Infine, so che il film è prima di tutto una commedia romantica, ma avrei preferito che la storia di Jodi non si concludesse con un lieto fine tra la ragazza e il suo migliore amico. È come se il film dicesse a tutti i ragazzi che facendosi strada a suon di insistenze e atteggiamenti morbosi, si può uscire dalla friendzone. Come se un no non avesse alcun valore.

Nonostante i numerosi difetti, Tall Girl è un film piacevole, con un buon esordio nel mondo cinematografico per l’interprete di Jodi.

È un film perfettamente riuscito? Assolutamente no.

Lo consiglierei? Sì, se cercate una commedia senza troppe pretese.

serie tv

#Pride Month || Tales of the city: recensione della nuova serie tv Netflix

Buongiorno lettori! Oggi voglio parlarvi di una nuova serie tv limitata approdata da pochi giorni su Netflix: Tales of the city.

Tales of the city è il terzo sequel della miniserie del 1993, dopo l’ultimo (Further Tales of the City) del 2001.
Il nuovo sequel Netflix ha mantenuto solo due personaggi dai precedenti (Mary Ann e Anna), inserendo un cast più giovane.

∼ La trama

Mary Ann ritorna al 28 di Barbary Lane a San Francisco, dopo ventitré anni di assenza, in occasione del 90esimo compleanno di Anna Madrigal.
Seppure Barbary Lane sia sempre lo stesso rifugio per chi è alla ricerca di una casa in cui poter essere se stesso, Mary Ann capisce che molte cose sono cambiate.
Ora Barbary Lane è abitata da una nuova generazione di giovani queer, tra cui la figlia di Mary Ann, Shawna, che la donna non vede da quando ha abbandonato lei e l’ex marito Brian due decenni prima.
Barbary Lane è anche abitata dall’amico di Mary Ann, Mouse, che ha una relazione seria con un ragazzo più giovane; da due gemelli che fanno di tutto per sfondare sul web e da una giovane coppia in crisi dopo la transizione di Jake.
Poi c’è ovviamente Anna, che vive ancora nel proprio appartamento, ma nasconde un segreto che minaccia la serenità di tutta Barbary Lane.

∼ La mia opinione

Barbary Lane è casa, un luogo in cui giovani queer possono sentirsi al sicuro e amati. Barbary Lane è una comunità, una famiglia.
Insieme a Mary Ann anche noi spettatori torniamo a “casa” insieme a lei, entrando a far parte delle vite di questa famiglia allargata.
Tales of the city rappresenta due generazioni a confronto, quella odierna dei millenial e quella rappresentata da Anna e Mouse. Due generazioni separate da un passato diverso, ma che vivono sotto lo stesso tetto.
Questa differenza è ben mostrata nel confronto tra la coppia formata da Mouse, che ha vissuto sulla propria pelle il periodo drammatico dell’ AIDS, e Ben, cresciuto in una realtà decisamente più semplice per un giovane gay.
La serie non cerca però di prendere parti, ma rappresenta entrambe le generazioni, con le proprie difficoltà e pregiudizi.

Tales of the city è una serie che punta molto sui dialoghi e le interazioni tra i personaggi, riuscendo a dare vita a rapporti complessi ma reali.
Il rapporto tra Jake e Margot è uno dei punti forti della serie. È facile immedesimarsi nella confusione che provano i due personaggi per l’evoluzione del proprio rapporto.
Jake è un ragazzo transgender, rappresentato peraltro da un attore transgender non binario, che si trova in difficoltà quando inizia a provare attrazione per i ragazzi. Il casting di Jake è una scelta che ho apprezzato molto perché, in una realtà in cui molto spesso questi ruoli sono affidati ad attori non transgender, Tales of the city ha dato spazio alla comunità LGBTQIA.
Dall’altra parte abbiamo Margot, in conflitto con il rapporto tra lei e il ragazzo, in quanto Margot è lesbica e, seppur abbia accettato la transizione di Jake, sente la mancanza della relazione che avevano prima.
Ancora una volta la serie non obbliga lo spettatore a prendere una parte, ma mostra le due facce della stessa medaglia.

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[SPOILER] In Tales of the city un elemento ricorrente è il ruolo della famiglia, che viene ripreso nelle varie storyline. Shawna è in conflitto con la propria identità quando scopre di essere adottata e parte alla ricerca delle proprie origini. Si rende però conto che seppur le persone che incontra hanno il suo stesso sangue, sono completamente diverse da lei e non la accetterebbero mai per quella che è. Casa è Barbary Lane, un luogo che non è formato da legami di sangue, ma da persone che hanno scelto di stare insieme.

Temevo che Tales of the city si sarebbe rivelata una di quelle serie che vogliono forzare a tutti i costi l’inclusione di ogni sorta di personaggio, finendo per esagerare, ma in realtà ogni personaggio è ben bilanciato.
I primi episodi però scorrono un po’ lenti e non si capisce bene dove voglia andare a parare la serie. La narrazione per fortuna accelera prima di metà stagione, arrivando a un episodio dedicato a un lungo flashback, che ho apprezzato molto.
Tales of the city è una serie che, anche se non perfetta, non potete e non dovete perdervi.
Ci sarebbero ancora tante cose da dire, ma non voglio dilungarmi arricchendo il post con troppi spoiler.

Voto: 4 su 5.

Tales of the city è anche una serie di libri, che trovate qui.

E voi avete visto la serie? Vi aspetto nei commenti!

film

#Reality High: un brutto film Netflix sull’adolescenza e i social [FILM TRASH]

Buongiorno lettori!

Ultimamente sembra che sia alla ricerca di film brutti di proposito, ma ho l’ennesima colpa di non aver guardato il trailer prima di buttarmi in questa nuova visione Netflix. Quale occasione migliore di iniziare una nuova rubrica intitolata “film trash”?
[L’ispirazione della rubrica nasce dallo booktuber Matteo Fumagalli, che da diversi anni ci intrattiene con le sue vide-recensioni di libri trash. Se non lo conoscete di consiglio di seguirlo!]

Il film #Reality High si potrebbe riassumere con uno dei commenti che ho trovato sotto al trailer:

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Ma siccome voglio che soffriate insieme a me, vi delizierò con una recensione (che manterrò comunque breve perché non c’è poi molto da dire su questo film!)

Dani è una ragazza acqua e sapone, che divide le sue giornate tra la scuola e il suo lavoro da tirocinante veterinaria.
Ad esclusione del suo migliore amico nerd, le sue coetanee sembrano interessate soltanto ad apparire sui social e ottenere follower, così come Alexa Medina, una famosa influencer del web e compagna di scuola.
Quando Dani attirà l’attenzione dell’ex ragazzo di Alexa, Cameron, ed entra nel suo giro di amici, inizia a cambiare il proprio stile per omologarsi agli altri, ma si rende presto conto che non tutto è come appare sul web.

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#Reality High è un film chiaramente scritto da adulti che pensano di conoscere il mondo degli adolescenti di oggi, inserendo cliché che non vedevo dalle pellicole fine anni 90 – inizio duemila.
La novità di questo film è nell’aggiunta dell’uso dei social media, riservati alle mean girls della situazione, che come nel più famoso dei cliché sono sempre ben truccate e alla moda.
All’opposto troviamo invece la protagonista acqua e sapone, brava a scuola e che non sa neppure come usare i social media (e deve farsi insegnare dalla sorella undicenne).
La “cattiva ragazza” ha invece milioni di follower, dei tirapiedi che passano il tempo a giudicare gli altri sul web e un ragazzo figlio di papà e stella dello sport, che si rivela però un bravo ragazzo interessato alla protagonista.
Non manca ovviamente il migliore amico nerd e un po’ sfigato, con una cotta per la nostra amata protagonista, che è peraltro interpretato da un attore trentenne come nei migliori film trash americani. Aggiungeteci una festa in piscina, alcool e un makeover ed eccovi servito #Reality High!

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#Reality High avrebbe potuto essere un film carino sull’uso dei social media tra i giovani e del cyberbullismo, ma si è rivelata una pellicola piena di stereotipi e per nulla vicina al ritratto degli adolescenti di oggi.
La scrittura è molto povera e i personaggi cambiano carattere da un momento all’altro della narrazione senza che ci si arrivi gradualmente.
Appare inoltre il personaggio del capo di Dani, una veterinaria interpretata da Kate Walsh, che non ha alcuna funzione ed è irrilevante ai fini della trama.

In ogni caso guardatevi il trailer e avrete visto praticamente l’intero film! Non sto scherzando!

Voto: 1 su 5.

 

 

Curiosità, film

Your Name: il filo rosso del destino

Buongiorno lettori! Qualche giorno fa ho visto su Netflix Your Name, il bellissimo anime di Makoto Shinkai, suggeritomi dal blog Milioni di particelle. Your Name è uscito nel 2016, ottenendo un grandissimo successo di pubblico e critica. Non voglio soffermarmi sulla recensione del film (perché ormai ne hanno parlato tutti), sebbene sia davvero stupendo, ma piuttosto sulla leggenda del filo rosso del destino, ben presente nell’anime.

Mitsuha è una studentessa delle superiori, che vive in una piccola realtà di montagna. Vive in un tempio insieme alla nonna e alla sorella, ma sogna di trasferirsi in una grande città. Parrallelamente, Taki, uno studente liceale, che lavora come cameriere in un ristorante di Tokyo; si sveglia nel corpo della ragazza, mentre Mitsuha in quello del ragazzo.

“Ovunque tu possa essere nel mondo… Verrò a cercarti”

In tutto il film i due protagonisti sono legati da un filo rosso, che nella realtà è un simbolo di una leggenda di origine cinese, diffusa in Giappone.

Secondo questa leggenda ogni invidivuo, dalla nascita, è legato alla propria anima gemella da un filo rosso intorno al mignolo della mano sinistra. Il filo non può spezzarsi e le due persone sono destinate, prima o poi, a incontrarsi e a sposarsi.

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∼ La Leggenda

Wei, orfano di entrambi i genitori fin da piccolo, aveva il desiderio di sposarsi e avere una grande famiglia; ma non era mai riuscito a trovare una donna che volesse diventare sua moglie.

Un giorno, durante un viaggio, Wei incontrò, sui gradini di un tempio, un anziano che stava leggendo un libro. Wei gli chiese che cosa stesse leggendo e lui rispose di essere il Dio dei matrimoni e che la futura moglie di Wei ora era una bimba di tre anni; avrebbe dovuto attendere ancora quattordici anni prima di conoscerla. Wei era deluso, ma notò che l’uomo aveva un sacco. L’anziano spiegò che conteneva il filo rosso che serviva per legare i piedi dei mariti e delle mogli. Un filo invisibile e impossibile da spezzare, che lega per sempre due persone, indipendentemente dagli eventi che vivranno.

Wei, che voleva scegliersi da solo una moglie, ordinò al servo di uccidere la bambina che sarebbe diventata sua moglie. Il servo eseguì l’ordine, ma la bambina sopravvisse, riportando una ferita alla testa.

Gli anni passarono e Wei non aveva ancora trovato una moglie finché, quattordici anni dopo incontrò una ragazza proveniente da una famiglia agiata, di cui si innamorò e che sposò.

La ragazza portava sempre una fasciatura sulla testa, che non toglieva mai. Diversi anni dopo le loro nozze, Wei chiese alla moglie che cosa aveva fatto alla testa e lei gli spiegò, in lacrime, che all’età di tre anni fu accoltellata da un uomo. In quel momento Wei si ricordò dell’anziano fuori dal tempio e del servo, e confidò alla donna di essere stato lui a ordinare l’assassinio.

Nonostante la verità, Wei e sua moglie da quel giorno si amarono più di prima, godendosi una vecchiaia felice e onorata.

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Fonte: http://www.ilbazardimari.net

Nonostante la storia sia effettivamente un po’ raccapricciante, soprattutto per le azioni dell’uomo, la leggenda del filo rosso è davvero curiosa.

E voi credete che le persone siano legate indissolubilmente? Vi aspetto nei commenti!

Dal libro al film

SALT FAT ACID HEAT: un viaggio tra i sapori del mondo || Recensione del documentario Netflix

Buona giornata a tutti i lettori del blog! Oggi voglio parlarvi di un documentario di quattro puntate che ho visto su Netflix. Si tratta di Salt Fat Acid Heat, documentario tratto dal libro omonimo.

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Salt Fat Acid Heat è un viaggio tra i sapori del mondo in compagnia della carismatica chef statunitense Samin Nosrat.

FAT: Il viaggio culinario inizia proprio in Italia, conosciuta per essere la patria del buon cibo. Dalla realizzazione del Parmigiano Reggiano e del pesto genovese nel Nord Italia, fino in Toscana con il grasso per eccellenza: il maiale. Vediamo all’opera persone di età e professioni diverse, tutte accomunate dalla passione per il buon cibo, in un’atmosfera famigliare.

SALT: Il viaggio prosegue in Giappone, il paese che produce più tipi di sale diverso in tutto il mondo. Vediamo come viene estratto il sale dalle alghe, fino alla preparazione della vera salsa di soia e alla realizzazione di alcuni piatti della cultura giapponese.

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ACID: La terza tappa è in Yucatan con l’acido. Sapevate che il miele non è dolce bensì aspro? Scoprirete come vengono prodotti diversi tipi di miele dal sapore particolare, così come le salse di accompagnamento tipiche della cucina messicana e altri piatti accompagnati dall’acidità degli agrumi.

HEAT: La chef Samin Nosrat ritorna alle origini da Chez Panisse, il luogo in cui ha iniziato la propria carriera. Ci apre le porte della propria cucina, mostrandoci come il calore reagisce alla cottura di diversi alimenti, per permettere ai sapori di essere valorizzati. Dalla cottura della carne alla brace, al pollo al forno, lo spettatore si ritrova a tu per tu con Samin.

Le puntate, della durata di quaranta minuti, portano lo spettatore in un viaggio culinario tra curiosità sulla nascita delle materie prime, fino alla loro trasformazione. Se siete appassionati di cucina o del buon cibo Sal Fat Acid Heat è il documentario adatto a voi.

Non voglio consigliarvi o meno il libro perché non l’ho letto, ma se siete interessati all’acquisto lo trovate qui. Molte delle ricette potete comunque prenderle dal sito internet dedicato al libro.