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Game of Thrones: The Last Watch || la recensione del documentario

Buongiorno lettori! Qualche giorno fa vi ho segnalato l’uscita di Game of Thrones: The Last Watch, in arrivo su Sky Atlantic lunedì 3 giugno alle 21.15. Ho visto il documentario in inglese e oggi voglio parlarvene brevemente prima dell’uscita italiana.

Game of Thrones: The Last Watch ripercorre la realizzazione dell’ottava stagione di Game of Thrones, per la durata di un intero anno.
Il documentario, realizzato da Jeanie Finlay, si focalizza sul dietro le quinte della serie, che inizia negli uffici della produzione, fino ad arrivare al girato vero e proprio.
Mi sarei aspettata un maggior focus sugli attori della serie, soprattutto nel backstage delle varie scene, ma in realtà i personaggi hanno poco spazio all’interno del documentario. Vediamo gli attori principali al tavolo durante la lettura delle sceneggiature (vi sarete sicuramente imbattuti nelle loro reazioni sul web) e trascorriamo qualche minuto in compagnia di Kit (Jon Snow) ed Emilia (Daenerys) alla postazione trucco.

I veri protagonisti del documentario sono però persone che non compaiono nella serie, ma che hanno reso possibile la produzione, dal reparto make up e costumi, alla creazione dei set, fino ad arrivare a chi si occupa di fornire cibo e bevande alla produzione.
Tra i volti ricorrenti che ritroviamo nel documentario c’è Andrew McClay, una delle comparse dello show fin dal 2015, diventato star del web negli ultimi giorni.
L’uomo, di origini irlandesi, è comparso in numerose scene, prima come guardia Baratheon e poi come guardia Stark ed è lui il volto che rappresenta l’entusiasmo di un fan per la serie.
Lo spettatore ha anche la possibilità di conoscere meglio l’attore e stunt man Vladimir Furdik, che ha interpretato per tre stagioni il Re della notte.

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Game of Thrones: The Last Watch è un documentario ben realizzato e che si concentra sull’idea di valorizzare la produzione, lasciando in secondo piano gli attori.
Tuttavia, sebbene abbia apprezzato il progetto, The Last Watch mi ha lasciata con un senso di insoddisfazione.
È come se la regista abbia voluto a tutti i costi immortalare l’umanità dei membri della crew, con accenni alla loro vita privata e alle difficoltà del lavoro, tralasciando gli aspetti più interessanti che si svolgono su un set di una produzione colossale.
Si resta in attesa di quel qualcosa in più che però non arriva mai.
Il momento più interessante è la lettura della sceneggiatura degli attori, che conoscono per la prima volta il destino dei propri personaggi. Ho amato vedere la reazione di Kit ed Emilia alla fine della serie, ma la scena si conclude troppo in fretta e lo spettatore non ha la possibilità di assistere al resto delle rivelazioni.
Come già detto il documentario ha scelto di non focalizzarsi sugli attori, ma sui membri della crew. Una scelta coraggiosa e rispettabile, ma i due “mondi” non sono ben amalgamati tra loro.
Il documentario offre comunque una visione sull’enorme lavoro che si cela dietro una serie di questo tipo, come la costruzione, durata mesi, di una vera e propria città (e poi fatta bruciare) o l’impiego di migliaia di comparse differenti, ognuna con il proprio trucco e costume.

In conclusione The Last Watch è un documentario da guardare, ma che non soddisfa pienamente le aspettative.

Voto: 3,5 su 5. 

 

6 pensieri su “Game of Thrones: The Last Watch || la recensione del documentario”

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